Perché se si è felici si impara meglio

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Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno confermato una stretta connessione neurale nel nostro cervello tra sistemi emotivi e sistemi cognitivi.

Nelle pratiche educative e scolastiche bisogna dare quindi un posto di rilievo alle emozioni: la scuola rigida e basata solo sul riempire le teste degli alunni di conoscenze asettiche è ormai superata (o almeno dovrebbe esserlo). Questo perché è dimostrato che nel processo di apprendimento non hanno un ruolo importante solo l’intelligenza e le proprie capacità e abilità, come si pensava in passato, ma giocano un ruolo fondamentale anche le emozioni.

Per dirla in parole semplici: se un bambino prova emozioni positive nell’apprendimento, impara meglio e di più. Questo è quanto ha affermato il famoso psicologo statunitense Howard Gardner negli anni ‘80: gli apprendimenti, scolastici e non, che sono carichi di emozioni positive e che provocano quindi piacere portano ad interiorizzare la conoscenza e a metterla poi in pratica. Al contrario, se un apprendimento è accompagnato da noia, ansia, paura sarà molto difficile imparare e quanto appreso verrà presto dimenticato e mai applicato.

Che cosa possono fare concretamente un insegnante a scuola e un genitore a casa (magari durante il momento dei compiti)?

  • Fare in modo che in classe e a casa ci sia un clima disteso, rilassato e motivante, che infonde fiducia, che premia il successo e che non condanna l’errore ma lo vede come un’opportunità di miglioramento.

  • Evitare un interesse eccessivo verso il risultato finale ed il voto: quello che importa è il percorso che deve essere realmente educativo e formativo. Il 4 o il 9 vogliono dire poco se il bambino non ha davvero imparato qualcosa lungo il suo cammino di apprendimento.

  • Infondere nel bambino emozioni positive e fiducia senza caricarlo di ansie e senza sottoporlo al controllo: il registro elettronico accessibile alle famiglie e i gruppi WhatsApp dei genitori possono essere strumenti a doppio taglio che, se usati col fine di controllare costantemente i figli e sostituirsi a loro nelle responsabilità scolastiche, possono essere molto dannosi.

  • Proteggere i bambini dall’impotenza appresa: se l’adulto non sostiene la fiducia del bambino nelle proprie capacità, quest’ultimo si convincerà di non essere capace e questo condizionerà la sua vita scolastica. Un esempio molto comune di questa impotenza appresa è la matematica: quanti di noi evitano la matematica come la peste perché fin da piccoli si sono sentiti dire “non sei portato”, “non sei capace”, “sei come il tal parente, che di matematica proprio non capiva nulla?”.

  • Non pretendere la perfezione, nè a casa nè a scuola. La perfezione non esiste: non chiediamo al bambino più di quello che effettivamente è in grado di dare in quello specifico momento della sua crescita.

  • Evitare un ambiente domestico giudicante nei confronti della scuola e degli insegnanti: se vengono meno la fiducia e il rispetto tra famiglia e scuola, quali emozioni positive possono provare gli alunni nel loro percorso scolastico?

I bambini, come anche molti adulti, non hanno dimestichezza con le proprie emozioni (in particolare con quelle negative) e non sanno bene come esprimerle. Chi non è educato alle emozioni può diventare con il tempo un soggetto a rischio di aggressività, scatti d'ira, disturbi alimentari, abuso di sostanze.

I bambini perciò, fin da piccoli, dovrebbero essere educati a capire che le emozioni sono naturali e umane, che vanno accettate e gestite, non evitate. Esistono percorsi strutturati di educazione alle emozioni che si sono diffusi grazie agli studi dello psicologo Daniel Goleman, il quale ha affermato un principio importante: con l’educazione è possibile attuare interventi mirati a rendere i bambini consapevoli della propria sfera emotiva e a saperla gestire correttamente.

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