A scuola di empatia

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Se c’è una parola usata e strausata nel linguaggio comune odierno è la parola “empatia”. Ma tutti noi sappiamo esattamente che cosa significa?

Il termine “empatia” deriva dal greco empatéia, composta da en- “dentro” e da -pathos “sentimento, sofferenza” e nell’antichità indicava il rapporto di partecipazione emotiva tra il cantore ed il suo pubblico. Oggi con questa parola indichiamo la capacità di sentire nel profondo ciò che l’altra persona sta provando. Quindi è qualcosa di più articolato del semplice “mettersi nei panni di”: è riuscire a provare profondamente quella sensazione, come se io fossi l’altro, senza tuttavia farsi travolgere dalla sensazione stessa.

L’empatia è un’abilità fondamentale, sia nella vita quotidiana che in quella professionale: senza di essa la vita è grigia, il pensiero è negativo e distruttivo e sarebbe complicato svolgere attività lavorative per le quali l’empatia è indispensabile. Pensiamo ad esempio alle professioni del campo educativo, sociale, psicologico, medico.

Non si nasce empatici e non tutte le persone sono tali: l’essere più o meno empatici dipende in parte da una predisposizione personale, in parte da fattori ambientali ed educativi. La buona notizia è che tutti possiamo diventare empatici, basta impegnarsi un po’!

La Klassens tid danese

Leggendo qua e là mi sono imbattuta in un interessante progetto che viene messo in atto nelle scuole in Danimarca (dal 1870): i bambini e i ragazzi, tra i 6 ed i 16 anni, vanno a lezione di empatia.

Si chiama “Klassens tid” (“l’ora di classe”), un’ora durante la settimana nella quale i ragazzi possono condividere tra loro emozioni, problemi e difficoltà. Imparano ad ascoltarsi a vicenda e sviluppano un forte senso di coesione di gruppo, mentre mangiano una torta preparata con le loro mani. L’ambiente è molto accogliente, i membri del gruppo si sentono liberi di parlare anche di problemi importanti e sanno che troveranno rispetto, solidarietà, ascolto e magari anche una soluzione perché il confronto con gli altri aiuta a guardare al problema sotto una diversa luce e da differenti angolature.

Non è un caso che il popolo danese sia tra i più felici del mondo e pare che questa importanza data all’empatia, che deve essere insegnata, giochi il suo ruolo nel determinare (insieme ad altri numerosi fattori) il grado di felicità e di serenità dell’adulto.

E in Italia?

Sappiamo che in Italia, purtroppo, non esistono progetti scolastici simili eccetto qualche esperienza isolata.

Ma basta poco, qualcosa si può fare anche in famiglia: ad esempio dialogare di più, dare spazio alle emozioni e riconoscerle chiamandole con il proprio nome, sentirsi liberi di esprimere il proprio pensiero, fare insieme giochi e leggere racconti appositamente pensati per sviluppare la competenza empatica.

E, chissà, magari nel frattempo ci scopriremo anche un pochino più felici.

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