“Che cosa devo fare?”
Perché ho iniziato a proporre il Diario Pedagogico alle famiglie
Tra una consulenza in Studio e l’altra, in famiglia si susseguono episodi, pensieri, riflessioni, comportamenti, azioni e reazioni. E, specialmente quando un genitore si trova in una situazione di difficoltà a casa, può avere l’istinto di prendere in mano il telefono, aprire Whatsapp e scrivermi “Che cosa faccio? Secondo lei ho sbagliato? Come mi devo comportare?”.
Il bisogno di una risposta o di una rassicurazione è comprensibile, ma come pedagogista mi chiedo se sia questo ciò di cui un genitore abbia davvero bisogno.
Il rischio della “risposta pronta”
L’educazione purtroppo non funziona quasi mai seguendo delle procedure preconfezionate. Come dico sempre alle famiglie che seguo nei percorsi di consulenza, non esiste il “Manuale del Genitore Perfetto”: la stessa situazione può avere un diverso significato a seconda del bambino, del genitore, del momento, della relazione e di ciò che è accaduto prima.
Fornire una risposta immediata sarebbe quindi molto riduttivo e direi controproducente, anche per un altro motivo: renderebbe il genitore dipendente dal mio intervento. E questo non è educare, attivare e sostenere il cambiamento ma rendere l’altro insicuro e sempre bisognoso dell’aiuto e dell’opinione del professionista di riferimento.
Ora hai un problema, ottieni la risposta che desideravi. Domani ci sarà un altro problema, per il quale non avrai gli strumenti e sarai costretto e chiedere nuovamente.
Dalla domanda all’osservazione
La consulenza pedagogica genitoriale ha come obiettivo quello di aiutare il genitore a sviluppare uno sguardo più consapevole sulla quotidianità. Tale sguardo si può allenare facendosi alcune domande, centrate non solo sul bambino/a ma anche sull’adulto e sulla relazione tra loro, come ad esempio:
- Che cosa è successo?
- Che cosa ha fatto mio figlio/mia figlia?
- Come ho reagito io adulto?
- Come mi sono sentito?
- Che cosa è accaduto immediatamente dopo?
- Era già successo?
- In quali situazioni accade più frequentemente?
- Che cosa ha funzionato, almeno un po’?
Che cos’è concretamente il Diario Pedagogico
Il Diario Pedagogico può essere un quaderno, oppure un’agenda (meglio se cartacea), sul quale tra un incontro e l’altro i genitori possono annotare pensieri, episodi, emozioni, domande, difficoltà, intuizioni, cambiamenti, ciò che ha funzionato e anche ciò che non ha funzionato. Il tutto diventa materiale prezioso nel corso dell’incontro in Studio.
Non si tratta di un compito e non deve essere percepito come un obbligo: è uno strumento, non un’ulteriore fonte di stress e pressione psicologica. Non è necessario scrivere ogni giorno, né raccontare tutto per filo e per segno: una frase, un pensiero, una domanda possono essere sufficienti.
Il Diario è uno strumento che può essere utile per diversi aspetti:
- raccogliere informazioni, anziché affidarsi al solo ricordo;
- contestualizzare, quindi capire come e in quali circostanze emerge una difficoltà;
- riconoscere pattern, ossia accorgersi che determinati comportamenti si ripetono in particolari situazioni;
- valorizzare i cambiamenti, senza concentrarsi unicamente su ciò che non funziona;
- portare materiale concreto al colloquio, su cui lavorare insieme.
L’obiettivo quindi non è certamente quello di controllare se i genitori “hanno fatto bene”, ma creare continuità tra un incontro e l’altro e trasformare la quotidianità in materia di riflessione pedagogica. Al contempo, aiutare gli adulti ad acquisire progressivamente strumenti per leggere e affrontare le situazioni con maggiore consapevolezza e autonomia.